A Visco, Friuli Venezia Giulia, era situato uno dei lager dove il fascismo internò migliaia di jugoslavi. Ora l'amministrazione locale vorrebbe trasformare le strutture tutt'ora esistenti in un mobilificio. Un articolo tratto dal Corriere della Sera

26/09/2008 -  Anonymous User

Di Francesco Battistini, 17 settembre 2008, Corriere della Sera

VISCO (Udine) — Il lager... «Innanzi tutto non era proprio un lager: era un campo di concentramento... ». Giuseppe Veteri, che a Visco fa da trentacinque anni il medico e da un po' meno il vicesindaco, ha idee chiare più sul futuro che sul passato del suo paese. Lì, dove il fascismo nel 1943 internò tremila jugoslavi che aveva rastrellato a colpi di lanciafiamme, e molte erano donne e centoventi erano bambini, lì dove stavano filo spinato e torrette e scheletri, dove sfiniti ne morirono «solo» venticinque perché poi arrivò l'8 settembre a liberare tutti, lì dove si sparava a vista e si faceva la fame nera e raccontano i reduci che « gi lava al sanc in aga », il sangue andava in acqua, lì dove si consumò un po' di quella pulizia etnica che a Gonars, Arbe, Monigo, Colfiorito uccise settemila slavi a lungo dimenticati dalla storiografia e dalla retorica del buon soldato italiano, in quello lì che insomma non era proprio un lager, il dottor Veteri s'è stufato: «Basta menare il can per l'aia e stare a controllare ogni mattone, che cos'era del campo e che cosa no, perché mantenere quella roba sono un sacco di soldi che pesano sui contribuenti e almeno un pezzo bisogna alienarlo, valutare le opportunità, trovare una destinazione... ».

Ma è vero che avete variato il piano regolatore per dare la licenza a un mobilificio, a qualche palazzinaro, magari a un magazzino merci che sfrutti l'autostrada vicina? «Fandonie, non abbiamo deciso niente. Stiamo solo valutando. Però qualcosa bisogna pur fare...». Dici lager e non lo vedi, in effetti. Visco è quasi l'ultimo comune verso la Slovenia, il terz'ultimo d'Italia per superficie: tre chilometri quadrati. Ha 800 abitanti e lapidi e vie e indicazioni dedicate ai Caduti delle due guerre e al «Museo della civiltà contadina» e all'illustre concittadino monsignor Antonino Zecchini nunzio apostolico nel Baltico e alla «Società friulana di caccia a cavallo» e in un campo di grano c'è perfino una scritta che ricorda il villaggio di San Lorenzo spianato dai francesi nel 1797. Ma uno straccio di cartello che segnali i 130 mila metri quadrati del vecchio lager, no: non esiste. Ai bordi del paese, il civico 32 di via Borgo Piave oggi è un cancello automatico, un accesso vietato, lucchetti e catene, un tavolo della Coca-Cola e l'insegna «Protezione civile-sede comunale».

Il vecchio corpo di guardia? «L'abbiamo abbellito con le porte e le finestre d'alluminio — dice il vicesindaco —, perché è la prima cosa che si vede e magari invogliamo qualche investitore». E la torretta di guardia? Tirata giù. Dove una volta c'erano le baracche dei deportati, ora s'addestrano i cani da valanga. Le camerate, le cucine, la cappella: tutto abbandonato ai topi e alle marcite. E l'unica lapide in ricordo di chi soffrì, data 2004, sta laggiù in fondo. Lontana. Invisibile. L'oblìo è durato decenni. Il lager, a Visco lo chiamano tutti «la caserma»: dalla Liberazione al 1996, gran parte dello scempio l'ha fatto l'Esercito italiano che ci teneva i carri armati. Un convegno nel 2000, qualche stanca cerimonia, una visita di Luciano Violante: poco altro. Quando l'area è tornata al Comune e la minuscola giunta di centrodestra ha pensato di venderla, però, la memoria s'è risvegliata. «È una vergogna, come chi voleva fare un hotel nello Spielberg o un luna park alla Risiera di San Sabba — ha lanciato l'allarme lo storico Ferruccio Tassini —. È un luogo di valore. Addestrereste i cani ad Auschwitz? O ci mettereste dei negozi? A parte qualche magazzino, le strutture del lager sono rimaste. Qui sono nate le poesie slovene di Ivo Gruden, qui dentro è risorto il battaglione Orien, protagonista della resistenza in Montenegro. Vengono da tutti i Balcani, per vederlo. Facciamo un museo del confine, piuttosto».

La protesta è partita da un'associazione cattolica italoslovena, dalle Acli, dall'università di Gorizia, ha investito la Regione Friuli e la Sovrintendenza dei beni culturali. Primo risultato: la speculazione su una piccola parte dell'area, 20 mila metri quadrati, è congelata. Da Trieste c'è l'adesione di Boris Pahor, il Primo Levi dell'olocausto sloveno: «Spero che la Sovrintendenza vincoli tutta l'area — dice lo scrittore di Necropoli —. Bisogna evitare vendite inconsulte. La salvaguardia di queste memorie ha una valenza che va oltre il dato nazionale. Io fui deportato nei campi nazisti e so quanti memoriali hanno allestito le autorità tedesche. Vorrei potermi complimentare anche con chi si preoccupa di tutelare il ricordo qui da noi». Racconta il professor Tassini che un giorno s'è fatta una commemorazione, a Borgo Piave. È arrivata una bella signora da Osoppo, pochi chilometri. Aveva un mazzo di fiori: «Sono felice. Di questo posto, non parlava più nessuno. E quando dicevo che a 16 anni ero stata in un lager a Visco, non mi credevano neanche i miei parenti. Passavo per matta. E invece i matti erano loro».


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