Laila Wadia - foto di Andrea Pandini

Uno dei suoi romanzi più conosciuti è "Amiche per la pelle", la storia di quattro donne immigrate a Trieste. E quest'ultima è la vera quinta protagonista del racconto. Un'intervista con la scrittrice Laila Wadia

25/09/2008 -  Davide Sighele

Lei è nata a Bombay ma ora vive da molti anni a Trieste. Cosa l'ha portata in questa città?
Pensiamo di scegliere un luogo dove andare a vivere e fare il nostro percorso di vita ma poi forse è il destino che sceglie per noi. Io sono capitata qui per caso, per studio, e ho deciso di rimanere perché mi piaceva moltissimo questa città: molto italiana per certi versi, molto cosmopolita per altri.
Oltre al lavoro presso la Scuola di interpreti e traduttori in questi anni ha pubblicato vari romanzi. Da dove l'esigenza di scrivere?

Trieste - foto di Andrea Pandini

Ritengo derivi dall'esigenza di vivere, di raccontare, di capire la realtà in cui si sta vivendo, la realtà della società italiana che sta cambiando, la realtà di Trieste che è così particolare. Scrivere e leggere sono stati per me elementi fondamentali. Attraverso i libri ho conosciuto altri modi di vivere, altri modi di pensare, di sognare, di lavorare. Spero di fare la stessa cosa, di fotografare la realtà in cui vivo per poi comunicarla e scambiare opinioni con persone con cui non ho la possibilità di parlare a tu per tu, per via della lontananza, delle barriere che poniamo tra noi e a volte, perché no, anche della timidezza ...
Nel libro "Amiche per la pelle" vi sono quattro protagoniste al femminile, e poi direi anche un quinta: Trieste. Com'è stato accolto il libro in questa città?
Ritengo bene, perché i triestini sono persone molto aperte di vedute. Purtroppo a volte non si ha tempo o possibilità di scambiare opinioni con i neo-italiani, con le neo-italiane che vivono qui. Ma penso sia importante capire cosa questi ultimi abbiano nel cuore.
Che caratteristiche ha la presenza di immigrati a Trieste?
Trieste ha tantissimi tipi di stranieri. Io li divido in tre grosse categorie. Trieste è una città nota per il suo polo scientifico, quindi lo straniero per eccellenza a Trieste, molto spesso è lo scienziato. Studenti, ricercatori, professori: sono ben visti come stranieri. Poi c'è un fortissimo gruppo di stranieri transfrontalieri, gente che viene qua in giornata dai paesi vicini, dalla Slovenia, dalla Croazia e poi la sera se ne torna a casa. Con questi non vi sono rapporti molto stretti. Il terzo gruppo è numeroso: sono coloro i quali vivono qui e provengono da tutte le parti del mondo. Io li chiamo la gente senza voce, perché vivono qui, fanno parte di questo tessuto sociale, sono parte integrante della società triestina, ma non hanno la possibilità di farsi sentire, di interloquire, di dialogare con le persone del posto. Nel mio libro ho voluto dar voce a queste persone.

Trieste - foto di Andrea Pandini

Una delle protagoniste, Marinka, una donna bosniaca, ha delle difficoltà nel parlare del proprio passato. Per descriverle lei fa una metafora: "E' come parlare a un triestino della Risiera di San Sabba o di Basovizza". Quanto pesa ancora il passato su Trieste?
Il passato pesa tantissimo su questa società. Mi è capitato di recente di vedere un gruppo di ragazzi in gita scolastica che ad un certo punto, per scherzo, forse solo per noia, si sono messi a fare il saluto romano ai passanti. Io sono rimasta sconcertata ed ho chiesto loro se sapevano cosa stava dietro quel gesto. Mi hanno guardata come fossi un'aliena. Noi dobbiamo pensare anche ai nostri gesti, alle nostre parole in base alla storia anche se non si deve fossilizzarsi su quest'ultima. Imparare dagli sbagli del passato significa conoscerli, conoscerli profondamente, non ignorarli. Ma poi riconoscere che sono cose del passato, e superarli. Solo il passato però ci può trainare verso il futuro.
Potresti raccontarci brevemente i personaggi del romanzo?
C'è Marinka, una donna bosniaca, c'è Lule, una donna albanese, c'è Shanti, una donna indiana, e c'è Bocciolo di Rosa, che è una donna cinese. Si trovano a vivere in un condominio fatiscente a Trieste e diventano amiche. All'inizio hanno un po' di difficoltà a comunicare, sia tra di loro, che con le persone di Trieste. Decidono ad un certo punto di prendere un'insegnante d'italiano, Laura, che darà loro una mano ad imparare meglio questa lingua.

Trieste - foto di Andrea Pandini

La storia si svolge intorno ai rapporti tra queste quattro donne e la città di Trieste. Vi sono dei buffi scivoloni che fanno linguisticamente, però cercano in tutti i modi di far parte in questa società in cui vivono. La lingua, ovviamente, è uno dei veicoli fondamentali. Io stessa quando sono arrivata in questo paese non parlavo la lingua, sapevo tre parole d'italiano: "mascalzone", "farabutto" e "buono a nulla". Questo perché c'era una signora italiana dove vivevo io, a Bombay, che aveva un cane che portava in giro e usava queste tre parole. Ovviamente non sono bastate per la mia sopravvivenza qui in Italia, e all'inizio ho avuto delle grosse difficoltà perché non riuscivo a parlare, non riuscivo a comunicare quello che volevo dire davvero, e la gente pensava fossi stupida. Per me questo è stato un grande handicap, mi sono sentita indifesa, debole. Per me quindi è divenuta una cosa fondamentale imparare bene l'italiano. Lo dico anche nel libro: due persone che vogliono abbattere un muro linguistico, sono due persone che vogliono creare una società migliore. E' quello che dico ai giovani triestini: imparate le lingue, non solo italiano, imparate anche un'altra lingua per poter comunicare in maniera profonda con le altre persone. Secondo me, un monolingue è destinato a rimanere un "bamboccione", mentre una persona che sa parlare più lingue, che ha voglia di dialogare, ha il mondo ai suoi piedi.
La Slovenia, paese al di là del confine, ormai è pienamente integrata nell'Unione europea. Da ultimo l'ingresso nell'area Schengen. Si vive un clima diverso in città?
Io credo proprio di sì. E' come se si fosse alzato il sipario, rappresentato in passato dalla cosiddetta Cortina di Ferro. Veramente penso che la gente respiri a polmoni più larghi. Il territorio di Trieste, essendo così piccolo, ha bisogno di interagire con il tessuto circostante. Ci vorrà certo un po' di tempo perché questo avvenga più concretamente ma un grande peso si è levato dalle spalle e dal cuore delle persone sia da una parte che dall'altra del confine. Da parte mia, mi muovo molto in tutta quest'area. Mi piace tantissimo viaggiare, e sentirlo come un diritto di tutti, e anche in un certo senso come un dovere: di conoscere quello che sta al di fuori di casa tua.


Laila Wadia
edizioni e/o
2007


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