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Il falso mito della sostenibilità ita eng bhs

L'analisi di sostenibilità è una precondizione fondamentale nelle richieste di finanziamento per progetti di cooperazione. Ma perché per i donatori è un concetto così importante? E soprattutto, siamo sicuri sia sempre necessaria? Un commento

articolo SeeNet

Se volete spingere alla depressione qualcuno che lavora in una ONG, c'è un modo molto semplice: chiedetegli di scrivere un'analisi sulla sostenibilità di una proposta di progetto. Rovinerete sicuramente la sua giornata. Potrebbe addirittura fuggire terrorizzato.

Da decenni ormai la sostenibilità è una delle condizioni più stringenti e meno amate nella richiesta di finanziamenti per progetti di cooperazione. I donatori se ne servono spesso per giustificare un rifiuto. I candidati al finanziamento la temono. Hanno ragione, garantirla è difficile. E non perché dietro vi siano complicate regole scientifiche, probabilmente è esattamente il contrario.

Cosa accadrà dopo?

L'analisi di sostenibilità di un progetto risponde semplicemente alla domanda su cosa accadrà con i risultati prodotti dal progetto dopo la scadenza dei finanziamenti. Nei Balcani si utilizza l'espressione “il barile contiene l'acqua soltanto quando l'idraulico è nei paraggi”. Nessuno vuole che le cose vadano così.

Il proprietario del barile, o nel caso di progetti di cooperazione, i beneficiari, dovrebbero essere in grado di trarre profitto da quello che è stato fatto anche dopo il completamento del progetto, ovvero, anche dopo che l'idraulico è andato via. Ciò è comprensibile. Nessuno vuole finanziare una costosa stazione di filtraggio dell'acqua che poi rimane inutilizzata perché non si dispone dei soldi per pagare i costi di manutenzione (il vostro corrispondente conosce diversi progetti come questo). La stessa cosa può accadere comprando trattori, donando costosi equipaggiamenti medici e via dicendo.

Allo stesso modo nessuno vuole spendere milioni per dare il via ad un'istituzione pubblica, ad esempio un'Agenzia di sviluppo dell'imprenditorialità - costruendo infrastrutture, raccogliendo consulenze sulle regolamentazioni, corsi di formazione, salari del personale, attrezzature varie - che, nel momento in cui finiscono i soldi del donatore diventa dormiente, perché non ci sono soldi per fare le attività, solo quelli per pagare i dipendenti (ed è lecito chiedersi di che cosa si occupino questi dipendenti a quel punto).

Sino a qui la questione è chiara. Sostenibilità significa essere in grado di dare una continuazione a ciò che è stato creato con il progetto, o essere in grado, in senso più metaforico, di coprire i suoi costi di manutenzione. Alcuni donatori inoltre, collegano la sostenibilità all'impatto del progetto a livello della policy. Dichiarate che avete convinto il governo (nazionale, regionale o locale) a fornire un regolare sostegno finanziario ai luoghi protetti per le vittime di violenza domestica, classi di computer gratis per bambini poveri e così via. In questo caso non avrete più bisogno di cercare in modo affannoso finanziamenti di breve e medio termine per i vostri progetti.

La sostenibilità delle organizzazioni

In aggiunta, la richiesta di sostenibilità è stata rivolta non solo ai singoli progetti, ma anche alle stesse organizzazioni che li promuovevano. La domanda è in questo caso cosa accadrà a un'organizzazione (solitamente una Ong) una volta terminati i fondi forniti da uno specifico donatore?

Nessun donatore vuole infatti continuare a sostenere per anni la stessa organizzazione e poi, nel momento in cui terminano i fondi, l'organizzazione smette semplicemente di esistere (per quanto possa essere rilevante, vi sono persino interi paesi che non sono sostenibili da questo punto di vista).

Si può affermare che tutto questo segua una sua logica. Ma perché allora questa cupa introduzione? La risposta molto semplice, lasciando da parte la questione della sostenibilità delle organizzazioni, è che la maggior parte dei progetti poi finanziati non sono di fatto sostenibili. Quindi, è una regola che non è applicabile.

False dichiarazioni

Dichiarate che il barile è piccolino e non ha costi di manutenzione. Una volta riparato manterrà al suo interno l'acqua per mezzo secolo. Non vi è bisogno di nessun follow up. Il gioco è fatto. Molti progetti di Ong funzionano esattamente così.

Una campagna di sensibilizzazione non può andare avanti all'infinito solo per dimostrare la sua sostenibilità ai donatori. Porterebbe la gente alla pazzia ed avrebbe rilevanti effetti contrari. Lo stesso si applica a corsi base di computer o brevi formazioni su qualsiasi altra materia (molti progetti di Ong li prevedono). Non c'è necessariamente il bisogno di seconde o terze edizioni (o a volte possibilità) e quindi non vi è bisogno di costi di mantenimento.

La questione cruciale piuttosto è la seguente: l'idraulico ha fatto un buon lavoro? In altri termini, la campagna di sensibilizzazione o il corso di formazione hanno ottenuto risultati positivi? Ma questa è una questione totalmente differente. Non è legata alla sostenibilità ma ad altri concetti come la qualità dei risultati ottenuti.

Non si può dire

Tuttavia nessuna Ong può permettersi di dire al donatore che la sostenibilità non è una sua priorità, lasciare un spazio bianco o scrivere “non rilevante” nella casella preposta.

Questo è molto probabile porti ad un automatico rifiuto. I donatori infatti insistono nel voler avere in mano un'analisi della sostenibilità del progetto, senza badare alla sua effettiva utilità. Questo avviene perché nemmeno tra i donatori nell'ultimo decennio si è mai dibattuto del concetto di sostenibilità o, cosa ancora più importante, su come esso venga applicato.

Chiedete a qualcuno che ha appena iniziato ad occuparsi di bandi europei quale sia la parte più importante di un progetto e vi risponderà: la sostenibilità. Gli è appena stato somministrato il “vangelo”. In realtà, per molti progetti di Ong, la sostenibilità è del tutto irrilevante. Ma non si può dirlo ad alta voce. Sarebbe blasfemo.

Così, quando viene chiesto di farlo, ci si siede e si scrive. Ciò che accade normalmente è che si venga forzati a inventarsi cose che non sono logiche, solo per dare una sembianza di sostenibilità al progetto. Ed è per questo che fare l'analisi di sostenibilità è difficile.

È chiaro che la questione della sostenibilità è estremamente complessa e racchiude molti aspetti correlati. Un articolo così breve può individuare soltanto alcune delle principali questioni. Il concetto, comunque, non è negativo di per sé e non dovrebbe essere scartato del tutto. È rilevante. Ma solamente per alcuni progetti. Per altri non lo è.

Le Ong dovrebbero essere in grado di dire: la sostenibilità non è rilevante per il progetto. E i donatori dovrebbero apprezzarlo e capirlo. Da qui dovrebbe partire il dibattito. Probabilmente leggendo queste righe chi lavora in una Ong dirà: “E' impossibile. Questo non si può cambiare. È così e basta”. Ed è da qui che dovrebbe partire la discussione: dal chiedersi perché non vi è mai stata discussione?


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